ANORA, recensione
Oggi analizziamo finalmente l’acclamato Anora, insignito di ben cinque premi Oscar altisonanti e giudicato, pressoché in maniera quasi unanime, una delle migliori pellicole dello scorso anno. Nella nostra disamina, però, a dispetto dell’ovazione generale e degli omogenei pareri estremamente lusinghieri ottenuti pressoché ovunque, tant’è che Anora attualmente riscuote, sul famoso sito aggregatore di medie recensorie denominato metacritic.com, un eccellente 91% di opinioni estremamente favorevoli, eviscerando tal opus a sangue freddo e con maggior calma, ne muoveremo qualche rimostranza e perfino avanzeremo l’ipotesi, secondo noi fondata e seguentemente espostavi nei dettagli, per cui Anora, sebbene risulti a livello oggettivo e indubbiamente un’opera che merita un ampio gradimento giustificato dai suoi reali, qualitativi meriti, altresì non è affatto il capolavoro inattaccabile che la maggioranza pensa in modo indubitabile, credendo erroneamente di non poter esser contraddetta minimamente. In quanto ne abbiamo scorto difetti abbastanza eclatanti, ripetiamo, nel nostro prosieguo meglio argomentativi, e non propone nulla di particolarmente eversivo, tantomeno scabroso, che già non esperimmo e avessimo visto in altre occasioni addirittura, a nostro avviso, più convincenti e ficcanti. Proiettato in anteprima mondiale nel dì 21 maggio 2024 al Festival di Cannes, ove vinse inaspettatamente la Palma d’oro poiché la sua presentazione suscitò, sì, clamore, eppur non eccezionale “fervore”, al di là degli interminabili applausi in sala del pubblico, passato dunque, presso la Critica internazionale, un po’ in silenzio e con poche aspettative, perciò, d’aggiudicarsi l’ambito trofeo suddetto invece, per l’appunto, conquistato, progressivamente ascese vertiginosamente nell’empireo degli Academy Awards. Divenendo, in breve tempo, un film intoccabile. Dunque, ribadiamo a scanso di possibili fraintendimenti, immantinente, in effetti, alla kermesse cannense, al di là paradossalmente del premio vintone, non ricevette larghi apprezzamenti, bensì creò uno spartiacque divisorio e non furono poche, a ben vedere, le recensioni discordanti. Se non propriamente negative, perlomeno tiepide. Anora dura centoquaranta minuti netti ed è diretto da Sean Baker (Un sogno chiamato Florida), il quale l’ha sceneggiato originalmente da cima a fondo e n’è coproduttore, oltre che personale montatore. Dunque, Baker ha agguantato, in un colpo solo, ben quattro statuette dorate perché Anora è stato eletto Miglior Film dell’anno e, oltre a quella per Best Actress andato alla sua interprete principale, Mikey Madison, che ha sconfitto sorprendentemente e contro ogni pronostico la favoritissima Demi Moore (Mr. Brooks) di The Substance, ha conquistato, ça va sans dire, l’Oscar come Best Director, Best Original Screenplay & Editing, cioè montaggio. Per Baker, quindi, una consacrazione apoteotica, forse però, ancor evidenziamo, leggermente immeritata ed esagerata? Trama, delineatavi a grandi linee, seppur descrittivamente, lungamente evidenziatavi, per non rovinarvene alcuna sorpresa stuzzicante…
La giovanissima, appena ventitreenne Anora Micheeva, detta Ani (un’incantevole Madison che sprigiona una sensualità impari e sa infonder contagiosa vitalità al suo personaggio in ogni inquadratura intrisa del suo ipnotico, soavemente dolce fascino erotico), è una spogliarellista che vive in una degradata zona periferica di Brooklyn. La quale, disinibitamente, per sbarcar il lunario, si prostituisce come danzatrice di striptease per voyeuristici e arrapati clienti, più o meno facoltosi, assai vogliosi d’esperienze ad alto tasso pruriginoso… È una sorta, potremmo dire azzardatamente, di Elizabeth Berkley, ante litteram e in “vesti” aggiornate all’odierna lap dance del nuovo millennio, meta-cinematograficamente reincarnatasi da Showgirls firmato Paul Verhoeven (Basic Instinct). Escort di lusso e lussuriosa d’avvenenza madornale che offre agli uomini prestazioni straordinarie in un accogliente night club dell’hinterland newyorkese. Non pratica rapporti sessuali completi, nel senso più comunemente inteso del termine, ma, se ben pagata, permette di esser dappertutto palpata. Una sera, sopraggiunge nel locale in cui lavora, lo sbarbatello ragazzino russo di nome Ivan Zacharov, soprannominato Vanja (Mark Ėjdel’štejn). Lei, casualmente, come da prassi “professionale”, s’avvicina a lui e maliziosamente lo seduce con la sua irresistibile malia fascinosa. Consuetamente dunque l’adesca e, nel privé, gli offre senza sconti i suoi servizi speciali…
Al che, Vanja, se n’innamora perdutamente e le fornisce il suo indirizzo di casa per ampliarne e approfondir integralmente l’intima conoscenza hot… Ani, accetta comprensibilmente, datane la cifra economica promessale, e d’istintivo buon grado istantaneo, la proposta “indecente” donatale fortunosamente. Restando peraltro sbalordita dalla sfarzosa dimora di Vanja, remunerata sempre più cospicuamente, comprenderà immediatamente che Vanja è ricco sfondato e presto apprenderà che è infatti il figlio d’un oligarca arcimiliardario. Dopo molti divertimenti a base di sesso sfrenato e droga a volontà, fra sballi vari e accoppiamenti, non orgiastici però, bensì soltanto consenzientemente fra lor due pattuiti, nottate selvagge e festini scatenati, in quel di Las Vegas, Vanja propone ad Ani di sposarlo quivi seduta stante, ovverosia di coniugarsene nella città del vizio e della trasgressione per antonomasia. Lei, naturalmente, nel frattempo per di più, parimenti, di lui invaghitasi per fatale circostanza del cuore indomabile, non crede ai propri orecchi e occhi. È tutto impensabilmente reale come in una favola all’apparenza impossibile. Lei, per purissima, sfacciata fatuità della magnifica sorte, divenne eccome la prediletta di nientepopodimeno che d’uno dei boys più abbienti dell’intero globo. Forse, però, il sogno di gloria e felice ricchezza appena miracolosamente da Ani concretizzatosi come per magia, si sgretolerà in un baleno perché non è tutto oro quel che luccica, come si suol dire. Qualche informatore, infatti, ha appena appreso della notizia, però ancora non accertata, riguardante il presunto matrimonio fra i due baldi, incoscienti giovincelli e lo comunica subito ai genitori di Vanja, cioè Galina (Daria Ekamasova) & Nikolai (Aleksey Serebryakov). Se l’atroce pettegolezzo si rivelasse fondato, come noi spettatori infatti sappiamo, Vanja avrebbe scelleratamente disonorato la famiglia! Per la reputazione del casato Zacharov, tal tipo d’unione rappresenta qualcosa di vergognosamente inammissibile! Ribadiamo, Galina e Nikolai, in merito all’effettivo, finanche affettivo, sposalizio tra il figlio e la sconosciuta di turno non hanno definitiva conferma. L’unico modo per sincerarsene è inviare in loco, cioè a New York nell’appartamento ove momentaneamente risiede Vanja, due fidati e forzuti bracci destri, Gamik (Vache Tovmasyan) e Igor (Yura Borisov) con l’ausilio del prete, consigliere tuttofare e mr. risolve i problemi T’oros (Karren Karagulian). Una volta scoperta la scioccante autenticità in merito a quanto accaduto, inizierà un’estenuante, sterminata notte alla ricerca del fuggitivo Vanja per le affollate strade della tentacolare Big Apple. Vanja, infatti, sentendosi oramai messo alle strette e senza vie d’uscite, ricattato e braccato specialmente dall’irremovibile T’Oros, si diede vigliaccamente alla fuga, abbandonando la malcapitata sua neo consorte alle grinfie degli scagnozzi… Come andrà a finire?
Sorretto dalla pimpante, sensualmente torbida Madison, travolgente, ovviamente molto ardito ed osé nella prima sensuale ora abbondante di nudi a iosa e scene fortemente piccanti ai limiti della censura, come si diceva una volta, Anora possiede financo una parte centrale fenomenale per ritmo, grottesca e umoristica vivacità scoppiettante, per sapientissimo uso degli spazi e delle suggestive location, fra cui un’Asbury Park languidamente immersa in morbide atmosfere crepuscolari dallo strepitoso impatto visivo.
Cosa non funziona in Anora
Anora, dopo il suo elettrizzante incipit caleidoscopico e giocosamente, eroticamente e non, conturbante, si squaglia come neve al sole e banalizza ogni stoica provocazione nel tedioso segmento finale ove si trasforma in un moralistico, pedante e prevedibile guazzabuglio di retorica a buon mercato che frana nella scontata drammaticità più furbesca, fuori luogo rispetto ai suoi leggeri presupposti semplicemente scanzonati, perfino romanticamente eccelsi e coloratamente svagati, stilisticamente briosi, mutando stonatamente registro di punto in bianco e virando faticosamente nella direzione dello sterile, programmatico pamphlet pseudo socio-culturale, falsamente impegnato e politicamente corretto.
Peccato!